Convento Frati Cappuccini Schio - Vicenza

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Ubicazione

Ubicazione: via Cappuccini 52, 36015 Schio (VI) tel: 0445 520689 fax: 0445 504883

Ente di appartenenza: Parrocchia di San Pietro apostolo. Rettoria di San Nicolò ai Cappuccini, retta dai frati Minori Cappuccini.

Rif. storico: 1602

Dedicazione: San Nicolò (festa: 6 Dicembre).

Note: San Nicola vescovo di Mira, i cui resti si venerano a Bari, è fra i santi piú amati nell'Europa settentrionale. Furono forse le famiglie bavaresi («cimbre») chiamate a lavorare nei nostri boschi e miniere agli inizi del II millennio a portare con sé la venerazione per il santo vescovo.

Cenni storici...

Arroccato su un verde colle, a meno di un miglio dal centro di Schio, si erge l’antico, severo convento francescano, circondato da uno scenario naturale di stupenda bellezza.

Sulla povera porta d’entrata attigua alla Chiesa, una scritta:


“O tu mortal che guardi miri e pensi,

io fui come tu sei con alma e sensi.

Tu pur verrai cangiato qual son io;

pensa di cuore a questo e va con Dio”.



E sopra un teschio.

E’ un invito alla meditazione e un richiamo allo spirito di penitenza e di rinuncia che dietro a quella porta viene vissuto.

Da quanti secoli?

Il convento fu fondato nel lontano 1536 da Fra’ Matteo Pedrazza da Schio (cui dal 1950 é dedicata la via che dal centro cittadino conduce al colle dei Cappuccini) Nel 1536 infatti il Consiglio Comunale della città con 59 voti favorevoli contro 15 contrari, chiamò i Cappuccini a Schio e affidò loro la allora abbandonata chiesetta di S. Nicolò e le adiacenze (su cui appunto venne eretto il convento).
La prima costruzione fu di vimini e creta, come prescrivevano le austere costituzioni cappuccine del tempo. Ad un anno dalla nascita, forse per il mistico raccoglimento del luogo, il convento venne scelto per lo svolgimento del primo “capitolo” della Provincia Veneta (riunione di tutti i superiori). A quei tempi esistevano nella regione soltanto il convento di Mantova, Verona , Padova e Schio.
P. Matteo fu per qualche anno guardiano (superiore) del convento ed era tanto grande la sua santità che sapeva strappare a Dio grazie e prodigi. L’affresco del pittore scledense Maranzi (1952) che si può vedere nel piccolo atrio d’entrata del convento ne ricorda uno. Era d’inverno e la neve aveva abbondantemente coperto ogni cosa. I poveri frati rimasti isolati avevano ormai finito le poche scorte di cibo. Era la fame. Quand’ecco s’odono dei tocchi alla porta. Un frate corre ad aprire sorpreso, e la sua meraviglia aumenta ancora più alla vista di un sacco ricolmo di pane fragrante posto fuori dell’ uscio. Gli viene istintivo il bisogno di ringraziare; ma chi?.... Sulla neve non c’è alcuna orma, la candida distesa é intatta. E’ evidente l’intervento divino per cui tutti insieme i frati innalzano a Dio un fervido inno di ringraziamento e di lode.
Trent’ anni dopo, nel 1567, furono necessarie delle riparazioni di una certa entità. A spese del Comune si sostituirono ai vimini e al fango le pietre e le travi. Intorno al 1600 poi, fu eseguito un secondo e più radicale restauro, finanziato dal comune e da facoltosi privati, come i Da Schio.
I frati dimoranti nel convento erano per i cittadini di Schio e dei dintorni esempio di umiltà, di penitenza, di santità, in tempi rinascimentali esaltanti la ricchezza ed i piaceri.
Molti cappuccini celebri abitarono in questo umile convento tra i quali ricordiamo, oltre al fondatore P. Matteo da Schio, S. Lorenzo da Brindisi, provinciale dei Cappuccini veneti e dottore della Chiesa e il ven. P. Marco d’Aviano che compì a Schio alcuni miracoli (fra gli altri ridiede la vita ad un bambino morto da alcuni giorni senza battesimo e portatogli dal padre, certo Maria Zuanne Lora da Arzignano, che, dissotterratolo lo aveva presentato al Santo perché lo battezzasse sperando nel miracolo. Alla presenza di molte persone il prodigio si compì, il bimbo si rianimò per qualche tempo, poi, santificato dalla grazia, richiuse gli occhi nel sonno eterno. Era il 17 marzo 1686).
Nel 1636 viene costruita l’attuale mura di cinta.

E la vita nel piccolo eremo continua, nella preghiera e nella penitenza.

convento

Nel 1769, un decreto di soppressione emanato dalla Repubblica Veneta, costringe i Cappuccini ad abbandonare il convento. L’anno seguente l’immobile viene acquistato dalla famiglia Barettoni di Schio che si impegna “a fare celebrare nella chiesa annessa una messa ogni giorno festivo di cadauno anno,e provvedere tutto ciò che occorre per detta celebrazione. Il convento viene adattato ad abitazioni private. Perciò si spiegano le molte trasformazioni subite, anche se nelle sue linee generali esso ha conservato l'antica struttura.

Nel 1928 la Chiesa e la parte sud-est del convento, fino al chiostro "del pozzo", vengono acquistati con atto di compravendita dalla Fabbriceria della Chiesa Arcipretale di Schio. Viene costituita la Rettoria dei Cappuccini e il sacerdote che la regge e che officia regolarmente la chiesa, riserva a sua abitazione pochi locali del convento, mentre il resto viene adattato a teatro, e a sedi di ritrovo per i giovani e per le nascenti sezioni di A.C. La parte centrale del Convento del convento viene acquistata nel 1931 dal M. Rev. Padre Domenico Pietro Rosin fu Luigi, con intenzione di ristabilirvi la benemerita comunità religiosa dei Cappuccini.
L'ala nord resta ancora proprietà privata.
Nel 1946 i P.P. Cappuccini, dopo una lunga serie di ostacoli e di difficoltà, riescono a riprendere possesso ufficialmente del loro antico convento e della piccola chiesa.
Inizia un periodo di incessante lavoro di restauro e di sistemazione per ridare all'edificio il volto primitivo. L'opera viene compiuta sotto l'intelligente direttiva di P. Gaetano da Thiene prima, e di P.Vittorino da Castelfranco poi.
Il convento, senza particolari pregi architettonici e artistici, rozzo e spoglio di ogni ricercatezza, é un gioiello di semplicità francescana, é un piccolo angolo di Assisi.

"Nel piano superiore le celle, una quindicina in tutto, piccole, strette, anguste, dove perfino la luce e l'aria sembrano dosate".

C'entrano a mala pena un letto ed una scrivania per lo studio: unico ornamento il Crocifisso. Cinque di esse portano l'impronta del tempo: una lapide lì vicino, ce le ricorda come (celle primitive -1536) le superstiti, che hanno conservata quasi intatta la loro veste di quattro secoli fa.
Nel piano terra, refettorio, cucina, piccolo parlatorio, ma dovunque la stessa nudità.
­Ogni anno dal 1950 l'ultima domenica di maggio c'é festa ai Cappuccini: solenni funzioni religiose e manifestazioni varie. In questa occasione si organizzano visite guidate all'interno del convento e del grande orto. E' una visita che edifica lo spirito e ricrea lo sguardo per lo stupendo panorama che offre. In fondo all'orto, ai piedi di una collinetta ammantata di verde ed ombreggiata da piante secolari sta appunto "la Ma­donna della Grotta ' che riecheggia quella di Lourdes.
La statua fu benedetta il 23-5-1950 dall’ allora Provinciale Padre Paolino da Premariacco, alla presenza di una grande moltitudine di persone. Nei pressi fù eretta anche una statua di P. Matteo da Schio, fondatore del convento, nel 4 centenario della morte; venne offerta dall’amministrazione comunale e benedetta il 21 settembre 1950. Sulla sommità della collina nel 1949, fu ricostruita la "Tebaide" dopo che la primitiva del 1636 era andata completamente in rovina.
E' una semplice cappellina, di stile prettamente francescano progettata dall’ing. Bruno Canfori di Schio.
L'affresco della parete di fondo raffigura S. Francesco che eleva al cielo l'ispirato cantico delle Creature; é opera del pittore scledense Algiso Cavedon.
Fu benedetta il 28-5-50 insieme alla Madonna della Grotta. E’ veramente un’ oasi di pace.
Nell’ ampia terrazza situata a sud, una statua di S. Francesco protende le braccia all'amplesso della pace verso la città ed invoca su di lei le benedizioni divine. Lungo la secolare mura di cinta corre una fitta coltre di cipressi, quasi a difendere la "beata solitudo” del luogo dal frastuono e dalle distrazioni esterne; questo é un mondo a sé e bisogna gelosamente custodire la sua mistica religiosità.


LA CHIESA

E' dedicata a S. Nicolò da Bari.

Oriundo della Licia (Asia Minore) fu uomo di incomparabile carità (per questo in alcune regioni del nord Europa il 6 Dicembre, egli passa di casa in casa a portare i doni ai bambini come da noi la Befana).Fatto vescovo di Mira, per la libertà della sua predicazione, fu messo in carcere e vi rimase fino ai tempi di Costantino.
Prese parte al Concilio di Nicea, e morì tra i suoi figli spirituali di Mira (Licia).Il suo corpo fu trasferito a Bari ove è venerato con somma devozione.
L’attuale chiesa risale al 1600, ma già nel 1292 esisteva nello stesso luogo una chiesetta, pure dedicata a S. Nicolò ed a quei tempi officiata.
Fu poi lasciata in abbandono cosicché, quando i Cappuccini furono chiamati a Schio, nel 1536, essa era assai in disordine, quasi cadente.
Perciò verso il 1600 fu ricostruita e venne consacrata il 24 settembre 1602 dal vescovo di Padova Mons. Corner come ricorda la lapide posta nell’atrio d’ingresso, a sinistra di chi entra.
Dal 1769 al 1928, dopo cioè che i Cappuccini dovettero lasciare il convento, esso fu proprietà dei Barettoni di Schio e veniva aperta al culto nei soli giorni festivi.
Nel 1928 fù acquistata dalla Fabbriceria della Chiesa Arcipretale di S. Pietro di Schio e fu regolarmente officiata da un rettore fisso che vi praticò i primi lavori di restauro.
Nel 1940 fu decorata insieme al coro, e il vecchio altare maggiore di legno, ormai cadente, fu sostituito con altro di marmo, come pure il prezioso tabernacolo di legno intagliato e dorato.
Veramente i lavori eseguiti, pur con tanto zelo e sacrificio, non furono ispirati al rispetto di quella semplicità e sobrietà che vuole l’ architettura francescana.

Cosicché, al ritorno dei Cappuccini nel 1946, si resero necessari nuovi lavori per ridare alla chiesa la sua devota e armoniosa bellezza. I muri, privati delle incongrue decorazioni e dei grandi quadri che li appesantivano furono ricoperti fino all’ altezza di m. 1,80 di un rivestimento di castagno, l’altare di marmo fu sostituito con l’attuale di noce e l’antico tabernacolo, fortunatamente intatto, ritornò a troneggiare in mezzo a tanta semplicità.
Riccamente dorato e finemente intagliato è forse frutto dell’opera di qualche ingegnoso Cappuccino. Qualche anno più tardi anche il pavimento originale, formato da grandi piastrelle di cotto disposte diagonalmente, fu sostituito con l’attuale, pure di cotto.

San Nicolò

A sfondo dell’ altare maggiore la bellissima pala del vicentino Alessandro Maganza (1607) raffigura S. Nicolò da Bari con i Santi Francesco, Chiara, Lorenzo e Caterina d’Alessandria.
Ai lati L’Arcangelo Gabriele e la Vergine compongono una finissima Annunciazione del 600.
La Via Crucis, sobria e devota, in formelle di terracotta e le statue della Madonna di Fatima e di S. Antonio sono opere recenti del Cremasco, scultore scledense.
A sinistra, nella cappellina laterale un tempo stava la Madonna del Rosario (1938) , la cui festa veniva celebrata con solennità la terza domenica di ottobre. Ora la statua della Madonna è stata portata nella Chiesetta di S. Martino e al suo posto è tornata la bella pala di G.B. Molinari (1650 circa) che raffigura S. Felice da Cantalice.
Era questi un laico Cappuccino, questuante, vissuto per lunghi anni a Roma nel tardo Rinascimento. Egli seppe raggiungere le più alte vette della santità attraverso il raccoglimento e la mortificazione. Davanti al suo altare arde sempre una lampada ad olio, devozione ripristinata dai Padri dopo il loro ritorno del 1946, in ricordo di quella natica risalente al lontano 1600.
Nel 1650 il P. Pizzetto scrive di “due miracoli insigni operati da Dio per i meriti ed intercessioni del beato Felice” Cappuccino, probabilmente gli stessi ampiamente descritti dallo storico vicentino P. Barbarano.
Gieronimo Gio Battista Bescarin, nel settembre del 1637 fu colpito da gravissimi dolori alla coscia destra che lo costrinsero a rimanere a letto per quattro mesi durante i quali il male andò sempre più aggravandosi. Nella coscia ammalata si formarono due grandi piaghe per cui, dopo cinque mesi di atroci patimenti i medici lo dichiararono incurabile.
Predicava in quel tempo a Schio il P. Carlo da Cador, Cappuccino, che lo consigliò di rivolgersi con fede a S. Felice, di farsi portare nella chiesa dei Cappuccini, dove era venerato, e di ungersi con l’olio della lampada del Beato.
Trasportato a spalle dal fratello e in compagnia dei suoi familiari, il poveretto si recò nella chiesetta di S. Nicolò e fece come gli era stato suggerito.
Istantaneamente, dopo essersi unto con l’olio della lampada, fu miracolosamente guarito e potè tornare a casa senza aiuto alcuno.
Il secondo fatto miracoloso è accaduto nel 1642.
Un certo Orazio Cazzola, scledense, “fu nell’occhio destro colpito da dolore acutissimo, per il quale restò totalmente privo del veder et anco dal sinistro vedeva pochissimo.

"Et havendo infruttuosamente per dei mesi adoperato molti umani rimedi, per li quali anzi peggiorava, poi che gli uscì fuori dal proprio luogo, che generava spavento, ricorse ai divini”.

Pregò un P. Cappuccino di ungerlo con l’olio del Beato Felice “alla cui intercessione con ogni affetto si raccomandò”. Non appena fu unto dal P. Mario da Verona “svanì quella enfiagione, l’occhio ritornò al suo luogo, in oltre cessò qualunque dolor, et recuperò perfettamente la vista”(da cronache dell’epoca n.d.a.).
Da allora la devozione a S. Felice fu sempre viva nella popolazione del luogo che ogni anno, il 18 maggio, ne celebra con solennità la festa. Ai piedi dell’altare una pietra tombale designa il luogo dove fu sepolto il P. Matteo da Schio.
Degna di ammirazione è ancora la cripta, sottostante il Coro, fatta costruire nel 1955 dal P. Vittorino da Castelfranco. Il piccolo presbitero è totalmente scavato nella roccia e la sua arcata a tutto sesto sembra custodire gelosamente i due bellissimi gruppi di terracotta del Cremasco. Sotto il piccolo altare di pietra viva, il devoto presepio e, sopra l’altare, un Crocifisso ai cui lati stanno Maria e Francesco in atteggiamento di dolorante compassione.
E’ il compendio della nostra redenzione: il suo inizio e la sua conclusione.
All’ esterno della chiesa osserviamo il pronao, costruito nel 1953, dopo un accurato studio sul posto dell’ architetto Alpago Novello di Milano. Il precedente, ormai pericolante, era stato rabberciato nell’ 800, senza tener conto dell’ armoniosa architettura francescana della facciata. Ora questa ha acquistato la primitiva sobria bellezza di linee, poiché il pronao attuale ripete la forma architettonica della primitiva costruzione.
Antistante alla Chiesa è l’ ampio piazzale, dominato dal monumentale Crocifisso del Cremasco (Croce m. 6,40-Cristo m. 1,80), che lo stesso P. Vittorino fece qui collocare nel 1951 pensando pure all’imboschimento delle immediate adiacenze.
Qui salgono dalla città gli scledensi a ritemprare lo spirito ed il fisico, perché la santità dei poveri figli di San Francesco e la bellezza del creato hanno fatto del colle dei Cappuccini un piccolo lembo di Paradiso.


Opere consultate

1) La storia dei Cappuccini Veneti.

2) Monumenti scledensi.

3) P. Matteo Pedrazza da Schio.

4) Convento dei Cappuccini – Schio – Autore Alessandro Dalla Cà

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